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La Lombardia e Milano nella prima metà dell’Ottocento

Il XIX secolo inizia sotto buoni auspici per la Lombardia: Milano è la capitale della nascente Repubblica Italiana. Questo accade con il secondo ritorno in Italia di Napoleone e la trasformazione della Repubblica Cisalpina in Repubblica Italiana. Sogno destinato a svanire ben presto, quando il 28 aprile 1814 Napoleone abdica e nulla più impedisce all'entrata degli austriaci in Milano.

Il Congresso di Vienna e la Restaurazione danno l'investitura formale al nuovo Regno, il Lombardo-Veneto. Un Regno per modo di dire, in quanto totalmente dipendente da Vienna. Il suo Vicerè l'arciduca Ranieri doveva limitarsi ad intrattenere il collegamento tra i notabili locali ed i funzionari di Vienna.
Geograficamente il fiume Mincio costituiva il confine naturale tra il territorio Lombardo e quello Veneto. Le nuove province sono: Milano, Mantova, Cremona, Bergamo, Como, Valtellina, Pavia, Lodi e Crema.

Grande era il malcontento generale da parte dei sudditi lombardo-veneti, e la causa maggiore era da imputarsi al gravoso carico fiscale. Il nuovo governo aveva ripristinato quasi tutte le dogane ed i dazi che esistevano prima delle riforme teresiane. Le forze economiche appoggiavano anch'esse le ribellioni, insofferenti pure loro.
L'idea di unirsi al Piemonte non era molto sostenuta, in quanto questo Stato era considerato da parte dei Lombardi molto arretrato commercialmente in confronto al loro.
Mentre l'Austria pensava solo a reprimere questi movimenti di libertà, non interessandosi minimamente dei motivi del malcontento, il governo piemontese andava invece acquistando la fiducia da parte degli insorti ai quali cercava di dare l'immagine di uno Stato in grado di liberarli dal giogo austriaco.
Gli ideali mazziniani di libertà 2 e la notizia di una insurrezione viennese portano il popolo milanese ad insorgere. Il 18 marzo del 1848, vengono erette le barricate nelle strade e, dopo 5 giorni di lotta, si costringe alla fuga il feldmaresciallo Radetzky, che assieme alle sue truppe si rifugia nel Quadrilatero (Verona, Peschiera, Mantova e Legnago).

I protagonisti delle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo) furono artigiani, operai e larghi settori di popolo - dei 350 morti, 46 erano da dividere tra studenti, proprietari e impiegati, 74 tra donne, ragazzi e ragazze, il rimanente erano operai e artigiani 3. - Il popolo milanese trovò la propria guida in Carlo Cattaneo, capo del Consiglio di Guerra del governo provvisorio.

Dopo questa breve alba di libertà ritornano gli austriaci e assieme a loro ritorna a Milano anche il feldmaresciallo Radetzky. La città viene retrocessa a luogotenenza del governo di Milano; l'amministrazione militare, finanziaria e giurisdizionale assieme alle poste sono trasferite a Vienna. Radetzky con la carica di governatore generale con funzioni civili e militari sostituisce il viceré.
Conscio degli errori commessi in passato, il governo austriaco cerca ora di intrattenere i rapporti con la nuova classe sociale emergente, la ricca borghesia, i piccoli industriali e non più con l'aristocrazia che lo aveva tradito al momento dell'insurrezione.

Al termine della seconda guerra d'indipendenza finalmente arriva la libertà. L'esercito franco-piemontese, dopo aver riportato alcune vittorie, l'8 giugno entra a Milano e Garibaldi nel frattempo occupa Varese, Como, Bergamo e Brescia.

Dopo la sconfitta dell'esercito austriaco nelle battaglie di Solferino e San Martino, si arriva al trattato di Villafranca, che prevede la cessione della Lombardia (tranne Mantova e Peschiera che verranno annesse solo dopo la terza guerra d'indipendenza) a Napoleone III che ne "fa dono" a Vittorio Emanuele II di Savoia.

Era il 1860 - si concludeva l'epoca della dominazione Austro-Ungarica in Lombardia e con l'Unità d'Italia si mettevano le basi della nuova nazione.